Mentre il mattatoio di Gaza ha ripreso a funzionare con tempi ben scadenzati, come avveniva nei lager nazisti, ai quali hanno fatto riferimento anche esponenti della Santa Sede, e non certo simpatizzanti di Hamas, l’Italia del berlusconismo dominante assiste immobile alle elucubrazioni di Frattini e ai minacciosi avvertimenti di Fini che paragona chi incendia le bandiere israeliane ai terroristi.

Di fronte alle immagini che giungono da Gaza, le manifestazioni di protesta che attraversano tutto il mondo diventano ogni giorno più determinate. Bruciare la bandiera di una nazione è un gesto che non giova alla causa di nessuno, ma la esasperazione di chi giunge a compiere gesti così estremi corrisponde alle stragi di bambini e di civili inermi alle quali la propaganda filo-israeliana, presente anche in Italia, ci vorrebbe abituare, o per le quali si vorrebbe trovare una giustificazione nei razzi lanciati da Hamas. La guerra, anche in paesi geograficamente lontani, ma assai vicini per l’importanza strategica nel mediterraneo del conflitto israelo-palestinese, come confermato dalle posizioni assunte, oltre che dall’Egitto, in maniera diversa anche dall’Algeria e dalla Libia, può produrre una ulteriore svolta repressiva anche all’interno di ciascun paese europeo. Di certo, dopo le dichiarazioni di Fini, l’indirizzo è stato dato e possiamo attendere una serie di denunce di quanti esprimeranno con maggiore determinazione il proprio dissenso rispetto alla politica assassina di Israele e dei suoi complici. Nelle prossime manifestazioni annunciate in tutta Italia si compierà assai probabilmente un ulteriore passo verso lo stato di polizia, anche se la protesta resterà pacifica e non violenta.

Se su Gaza tutti dicono qualcosa, salvo poi a restare immobili al loro posto, nel caso della guerra civile in Sri Lanka, regna un silenzio generale. Solo l’Alto Commissariato per i rifugiati ha lanciato in questi ultimi giorni l’ennesimo allarme umanitario. Mentre il mondo guarda altrove, o insegue i fantasmi della crisi finanziaria, nello Sri Lanka si sta consumando un altro genocidio, dopo che le mediazioni proposte da alcuni paesi europei sono cadute nel vuoto. L’esercito governativo sta mettendo a ferro e a fuoco le città che erano controllate dai Tamil, e sono anche qui numerose le vittime civili. L’Unione Europea, intanto, ha dichiarato, come per Hamas, la natura terroristica dell’organizzazione LTTE, le Tigri Tamil, e sono stati eseguiti in tutti gli stati europei centinaia di arresti, nell’indifferenza generale, anche di persone che si conoscevano per il loro impegno sociale e politico. Probabilmente altre indagini di polizia sono ancora in corso e l’intera comunità tamil è terrorizzata al punto che non si è vista neppure una protesta pubblica per quanto sta avvenendo in questi giorni nello Sri Lanka. La comunità tamil è rimasta assente persino durante le ultime fasi dei processi per accertare le responsabilità della strage di natale del 1996,davanti alle coste di Porto Palo, nella quale perirono molti giovani che fuggivano proprio dallo Sri Lanka, e quel processo si è concluso con un sostanziale nulla di fatto alla presenza di uno sparuto gruppo di antirazzisti italiani.

Se i Tamil sono costretti al silenzio, tocca adesso a noi parlare e promuovere azioni di protesta. Gli italiani, tutti gli europei che hanno a cuore il destino del popolo tamil e ritengono che il rispetto dei diritti umani non sia dipendente dal colore della pelle o dall’appartenenza ad un gruppo etnico, devono protestare con forza e denunciare i massacri e gli assassini mirati ( anche di giornalisti) che continuano ad insanguinare lo Sri Lanka e in particolare la regione settentrionale nella quale si concentra la popolazione Tamil, in particolare, dopo il disastroso tsunami di quattro anni fa, e dopo che il governo cingalese ha impedito i soccorsi internazionali per sfruttare sul piano militare l’emergenza ambientale.

Chiediamo che nel corso delle prossime manifestazioni che si terranno per la pace in Palestina non si dimentichi il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli oppressi e la rivendicazione di un territorio autonomo del popolo tamil e dunque la necessità di proteggere questa minoranza di fronte alla logica dell’eliminazione fisica che è stata scelta dal governo cingalese.

La pace nel mondo è una ed indivisibile, e le soluzioni locali che non passano per un abbandono dell’economia di guerra e della logica del terrore militare -che sta portando il pianeta al disastro civile, economico ed ambientale- non potranno che durare lo spazio di un mattino. Esattamente come le tregue armate che Israele è stato costretto a concedere dopo lo scempio di bambini e di profughi nelle scuole dell’ONU a Gaza. Tregue armate che i governi infrangono, a Gaza come nello Sri Lanka, sparando sui mezzi di soccorso ed impedendo persino il salvataggio dei feriti.

Occorre che le Nazioni Unite recuperino il loro ruolo di mediazione nei conflitti, senza che singoli paesi con il diritto di veto in Consiglio di sicurezza ne possano paralizzarne l’operato, altrimenti sarà il fallimento delle Nazioni Unite e delle prospettive di multilateralismo con un maggior ruolo politico dell’Europa nello scacchiere mondiale. Se non si invierà anche in Sri Lanka, al più presto, una forza di interposizione , se non si riprenderà il confronto politico tra tutte le parti in causa, imponendo la riapertura dei negoziati di pace, anche con l’arma delle sanzioni economiche, sarà il ritorno alla logica del confronto armato, come unico strumento per risolvere i conflitti internazionali e le guerre interne, sempre più numerose.

Chiediamo che l’Unione Europea recuperi una sua posizione unitaria sullo scenario globale e ritorni a giocare un ruolo di mediazione anche nella guerra civile che si combatte nello Sri Lanka, ponendo fine ai massacri quotidiani dell’esercito governativo e tracciando un progetto di pacificazione che riconosca l’indipendenza del popolo tamil. Come a Gaza, qualunque ulteriore inerzia della comunità internazionale, come le divisioni già sperimentate in passato, avranno come conseguenza la continuazione delle ostilità e la morte di migliaia di civili. Come i palestinesi di Gaza, anche i Tamil dello Sri Lanka non hanno più possibilità di fuga e stanno finendo accerchiati dall’esercito governativo e sottoposti ad attacchi aerei, terrestri e navali.

Ma l’Europa deve compiere un passo in più, senza attendere che l’America modifichi la sua strategia nella lotta globale al terrorismo.

L’elenco delle organizzazioni terroristiche stilato a livello europeo deve essere rivisto, altrimenti si corre il rischio di paralizzare il ruolo di mediazione delle istituzioni comunitarie e dei singoli paesi membri, finendo anche per criminalizzare quanti fuggono da regioni che nel tempo sono diventati, con la complicità della comunità internazionale, veri e propri campi di concentramento.

Ancora una volta tocca alla società civile promuovere la circolazione delle informazioni ed esercitare tutti gli strumenti di pressione, dal boicottaggio alla disobbedienza civile, per costringere i governi della guerra ad abbandonare le loro politiche di morte e di sfruttamento, per restituire alle popolazioni tutte, anche in Europa una vera prospettiva di pace e di giustizia. Per affermare la pace ed i diritti dei popoli oppressi da dittature o da potenze straniere, non abbiamo certo bisogno di bruciare le bandiere, presidente Fini.

Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo
Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI)

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