Da dicembre “totale libertà di movimento” ai tamil dei campi profughi

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Colombo assicura che il reinsediamento dei rifugiati nelle terre di origine si concluderà entro fine gennaio. Ad oggi nei campi vivono ancora almeno 160mila persone. A partire dal 1° dicembre i rifugiati che ancora vivono nei campi profughi nel nord dello Sri Lanka avranno “totale libertà di movimento”. Lo afferma Basil Rajapaksa, fratello e primo consigliere del presidente, rivolgendosi ai tamil che vivono nella Manik Farm, il più grande e noto campo profughi gestito dell’esercito di Colombo.
Nei campi sparsi tra Jaffna, Kilinochchi, Mullaitivu e Vavuniya vivono ancora il 50% dei 280mila profughi raccolti dopo la fine del conflitto tra Tigri tamil ed esercito. Il governo di Colombo ha garantito che tutti torneranno nelle loro case entro la fine di gennaio. Le lungaggini che sino ad oggi hanno caratterizzato il processo di reinsediamento dei rifugiati ed il continuo spostamento in avanti della data di chiusura dei campi spingono la comunità internazionale e i detrattori interni del presidente Mahinda Rajapaksa a dubitare anche di questa nuova promessa.
L’annuncio di Basil Rajapaksa sulla “totale libertà di movimento” per i profughi giunge dopo la visita sull’isola di John Holmes, sottosegretario generale Onu per gli affari umanitari. L’inviato del Palazzo di vetro ha verificato di persona le condizioni dei profughi nei campi in un tour di tre giorni, dal 17 al 19 novembre (vedi AsiaNews, 18/11/2009, “Onu: 163mila tamil ancora rinchiusi nei campi profughi”).
Incontrando le autorità di Colombo Holmes aveva ribadito l’urgenza di migliorare le condizioni di vita nei campi ed era tornato a sottolineare la necessità di concedere libertà di movimento ai profughi in essi raccolti.

A più riprese organizzazioni umanitarie internazionali e associazioni della società civile dell’isola hanno accusato il governo di aver organizzato i campi come prigioni a cielo aperto. Sino ad oggi i rifugiati vivono circondati da una barriera di filo spinato che li separa dal mondo esterno. Non hanno la possibilità di uscire dai campi per ricongiungersi con familiari segregati in altri centri, né di ricevere visite.

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