Le origini del conflitto etnico con i tamil e dello sciovinismo nazionalista singalese

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Per la prima volta in 20 anni, l’esercito dello Sri Lanka controlla tutta l’isola. Il presidente Rajapaksa, di etnia singalese, ha celebrato la ritrovata «unione» del Paese, promettendo che la fine della guerra con i separatisti tamil inaugurerà un’era di fraternità fra le etnie. Tuttavia, le ferite aperte nella popolazione tamil e il violento sciovinismo nazionalista singalese che sta alle radici di questa guerra etnica – di cui tratta questo articolo – la rendono molto improbabile.

Il Leone singalese ha annientato la Tigre tamil. Ha celebrato la vittoria del duello mitologico esibendo al mondo gli occhi sbarrati e il corpo senza vita del capo supremo delle Tigri Vellupillai Prabhakaran. In chiave moderna, si è riproposto lo scontro fra il re singalese Dutthagamini e quello tamil Elara, di cui narrano le cronache mitologiche singalesi dal quarto secolo in avanti.

Leone e tigre non sono semplicemente due simboli, contengono la chiave di lettura della storia recente dello Sri Lanka: la guerra fra tamil e singalesi è frutto di un’ideologia nazionalista e sciovinista che dalla fine dell’Ottocento ha fatto presa sulla maggioranza singalese. Anzi, ne è l’atto ultimo e principale. Prima di loro, ne hanno fatto le spese, da 126 anni ad oggi, cristiani, musulmani, immigrati indiani delle coste del Malabar, lavoratori tamil delle piantagioni di tè portati sull’isola dagli inglesi nell’ Ottocento (da non confondere con i tamil che popolano da due millenni l’est e il nord dello Sri Lanka, costituenti circa il 15% della popolazione isolana): tutti sono stati vittime di feroci rivolte popolari, nel 1883 i cristiani, nel 1915 i musulmani, negli anni Trenta i lavoratori malayalam, nel ’48, poco dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna, i tamil delle piantagioni.

Le continue fiammate di revanscismo si erano coagulate attorno alla figura di Anagarika Dharmapala, riformatore della religione buddista vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento. Rispolverando il mitologico motto «svegliati singalese», Dharmapala aveva impresso nella coscienza popolare la convinzione che i singalesi sono i depositari dell’eredità spirituale del Buddha, oltre che figli di re Vijaya, nipote di una principessa e di un leone (sinha). La popolazione singalese, la cui identità era frustrata da quattro secoli di dominanza coloniale, dapprima portoghese, poi olandese, infine britannica, ha interiorizzato questo desiderio di rivalsa, scaricandolo di volta in volta sulle minoranze del Paese, mai però contro i dominatori britannici. Dopo aver ottenuto l’indipendenza nel 1948, l’ondata sciovinista ha contagiato la maggioranza dei singalesi.

A metà del secolo scorso, lo Sri Lanka era un Paese fondamentalmente rurale. In questo contesto figure quali il maestro di scuola, il medico ayurvedico e il prete buddista hanno svolto un importante ruolo nel trasmettere alla popolazione il messaggio di Dharmapala. Convinti di essere gli unici veri «figli del suolo», i singalesi hanno reclamato una predominanza di cui da tempo si sentivano derubati, soprattutto sui tamil, che gli inglesi avevano privilegiato nell’apparato statale e nell’esercito. Così, l’élite politica srilankese, educata sull’esempio dell’India dei Gandhi e dei Nehru, ha ceduto alle pressioni popolari e negli anni Cinquanta è venuta meno alle promesse fatte alla minoranza tamil. Ha quindi tradito lo spirito di fraternità che aveva unito le due etnie nella lotta per l’indipendenza e ha inaugurato una politica di discriminazioni, imponendo una legge, il «Sinhala only Act», che riconosceva solo al singalese lo statuto di lingua nazionale. Seguirono le discriminazioni dei tamil nelle assunzioni nell’amministrazione pubblica, le restrizioni all’accesso agli studi superiori, le repressioni sanguinose dei sitin pacifici dei politici e attivisti tamil (nel 1958, 1961, 1974, 1977, 1979, 1981).

È in questo contesto che nascono le Tigri per la liberazione della patria tamil. A poco a poco, la politica di protesta non violenta non fa più presa sui giovani tamil e nascono diversi gruppuscoli armati. Non chiedono più il rispetto dei propri diritti, ma la scissione dell’isola in due Stati, uno singalese e uno tamil. Con l’imboscata ad una colonna di militari singalesi, il 23 luglio 1983, Vellupillai Prabhakaran e le sue tigri si affermano quale forza emergente nella comunità tamil. Muoiono 13 soldati, nei disordini seguiti nella capitale Colombo e nel Paese almeno mille persone perdono la vita in una feroce caccia al tamil. La guerra è esplosa.

In questi lunghissimi anni di scontri, interrotti da brevi tregue e illusori negoziati di pace, allo sciovinismo dei singalesi si è contrapposto un sentimento nazionalista tamil, sostenuto da proprie figure mitiche e da un’artefatta lettura della storia dell’isola. Nessuno ha ascoltato i pareri degli storici indipendenti, secondo cui la divisione fra singalesi e tamil è frutto di un’interpretazione recente, influenzata da motivazioni politiche – lo stesso duello fra Dutthagamini ed Elara sarebbe null’altro che un conflitto fra signori feudali, per nulla consapevoli di un’indentità nazionale o etnica.

Infine, ha prevalso il leone. Ora saprà rinunciare alla sua ferocia? Finora non ha mostrato molta sensibilità verso i civili tamil, bombardati e confinati in centri di raccolta. Parallelamente, il governo del presidente Rajapakse mette sistematicamente a tacere l’opposizione interna (singalese), uccidendo o intimorendo i giornalisti. Una condotta che ricorda altri periodi bui di questo Paese, in particolare il 1971 e il biennio l’88-’89, quando si scatenò una vera e propria guerra civile fra singalesi, a causa delle rivolte armate condotte dal Jvp, movimento nazionalista-maoista. Due conflitti che provocarono decine di migliaia di vittime.

Alla luce di 120 anni di storia e di un potere centrale autoritario, è lecito dubitare che la maggioranza riesca a costruire una convivenza pacifica con i tamil, in particolare ora che lo sciovinismo singalese ha raggiunto il suo apice. Ma se gli inviti alla riconciliazione espressi dal presidente sono davvero sinceri, lo si scoprirà presto.

 

Fonte: Azione

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