Sri Lanka, un anno dopo

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Un anno fa finiva la guerra civile. A dodici mesi di distanza, i crimini di guerra di Rajapaksa rimangono impuniti, mentre 80mila profughi tamil sono ancora detenuti nei campi militari.

Un anno fa finiva la guerra civile. A dodici mesi di distanza, i crimini di guerra di Rajapaksa rimangono impuniti, mentre 80mila profughi tamil sono ancora detenuti nei campi militari

Un anno fa il governo dello Sri Lanka annunciava la definitiva sconfitta dei ribelli separatisti tamil e la fine della guerra civile.

A distanza di dodici mesi, 80mila profughi tamil sono ancora rinchiusi in nei campi militari, 10mila ex ribelli sono detenuti senza accuse e senza processo, e nessuna assistenza e ricostruzione è stata avviata a favore dei 200 mila sfollati tamil tornati a vivere nei loro villaggi al nord, distrutti e privi di infrastrutture. Inoltre non si conosce ancora l’esatto numero dei civili tamil uccisi nell’offensiva finale dell’esercito singalese, non è stata ancora aperta un’inchiesta internazionale sui gravissimi crimini di guerra commessi dal governo di Mahinda Rajapaksa, che tra l’altro non ha ancora revocato lo stato d’emergenza proclamato nel 1983, che sospende i principali diritti civili.

Madhu Malhotra, vicedirettrice del dipartimento di Amnesty International per l’Asia, accusa la comunità internazionale, e in particolare le Nazioni Unite, di colpevole disinteresse riguardo a quello che è accaduto e che continua ad accadere in Sri Lanka. ”Le atrocità commesse dal governo contro i civili e i combattenti tamil nella fase conclusiva della guerra (bombardamento dei campi profughi e degli ospedali, esecuzioni sommarie dei prigionieri e internamento in massa dei civili sopravvissuti, ndr) sono state agevolate dalla sensazione che non ci sarebbero state reali conseguenze internazionali per queste violazioni della legge.

Ancora oggi – continua la Malhotra – l’Onu non ha reso pubblico quello che sa riguardo quegli ultimi giorni del conflitto, non ha mai riconosciuto la dimensione dei crimini commessi, né ha mai spinto per un’inchiesta”.
Dato che lo Sri Lanka non riconosce la giurisdizione della Corte Penale Internazionale, l’avvio di un procedimento internazionale per crimini di guerra contro il governo Rajapaksa non può avvenire su iniziativa autonoma dei magistrati dell’Aja: la Corte si può attivare solo su richiesta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Cosa che, come denuncia Amnesty International, finora non è avvenuta.

Secondo un rapporto pubblicato dall’International Crisis Group in occasione del primo anniversario della fine della guerra in Sri Lanka, la dimensione dei crimini di guerra commessi dal governo singalese è stata molto sottovalutata, in particolare riguardo al numero di civili tamil vittime dell’offensiva finale dell’esercito. Secondo le stime ufficiali dell’Onu, tra gennaio e aprile 2009 gli indiscriminati bombardamenti governativi sulla ‘No Fire Zone’ avevano provocato ben 7mila morti civili. Una cifra già di per sé abnorme, che venne presto surclassata dalle rivelazioni ufficiose di alcuni funzionari Onu, secondo i quali i massacri peggiori avvennero nelle ultime due settimane di guerra, nel mese di maggio, portando il bilancio totale di civili tamil uccisi a 20mila.

Oggi, secondo l’International Crisis Group, siamo in grado di dire che i morti negli ultimi quattro mesi di guerra potrebbero essere stati addirittura 75mila: questa è la cifra ufficiale dei civili tamil che vivevano nella ‘No Fire Zone’ a febbraio e che alla conclusione del conflitto risultarono dispersi.
”Il governo dello Sri Lanka ha commesso crimini di guerra di cui sono potenzialmente responsabili i principali leader politici e militari del paese”, ha dichiarato Louise Arbour, presidentessa dell’International Crisis Group. ”Un’inchiesta internazionale è necessaria, perché se non ci saranno conseguenze per il presidente Rajapaksa renderà più probabile che altri conflitti verranno condotti allo stesso modo in futuro, e che lo stesso regime dello Sri Lanka rifaccia le stesse cose”.

Enrico Piovesana

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