SRI LANKA, COLOMBO CACCIA LA CROCE ROSSA

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Nei campi di accoglienza – o di detenzione, secondo Hrw – nel Nord del paese gli sfollati tamil sono 300mila, costretti in condizioni impossibili. Eppure, il governo di Colombo chiede alla principale organizzazione che li assiste di andarsene.

Colombo ha chiesto al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) di ridurre le sue attività in Sri Lanka, data la cessazione delle ostilità tra il governo e le Tigri di liberazione dell’Eelam tamil (LLTE).

La prima tappa consiste nella chiusura degli uffici del CICR nelle provincie dell’est del paese e nel ritiro del personale estero, ha indicato Jacques de Maio, responsabile delle operazioni nel Sudest asiatico.

Stando al comunicato dell’organizzazione basata a Ginevra, la decisione è legata alla cessazione delle ostilità tra lo Stato e le LTTE».

Nel mese di maggio, il presidente del CICR Jakob Kellenberger aveva al contrario annunciato che l’aiuto andava intensificato, viste le «immense conseguenze umanitarie» del conflitto. Kellenberger aveva in particolare chiesto di poter accedere a tutti i campi di rifugiati nel paese, dove si troverebbero circa 300’000 sfollati.

Il budget delle operazioni del CICR in Sri Lanka era di 30 milioni di franchi nel 2008. Presente nel paese asiatico dal 1989, l’organizzazione ha dichiarato giovedì di voler «proseguire il dialogo con Colombo su questioni di natura umanitaria».

Il mandato del CICR prevede in effetti di fornire aiuto umanitario anche alle persone che subiscono, direttamente o indirettamente, le conseguenze del recente conflitto, inclusi gli sfollati.

swissinfo.ch

Junko Terao

Venerdi‘ 10 Luglio 2009

La guerra è finita, andatevene e lasciateci in pace. Il governo dello Sri Lanka, a pochi mesi dalla fine dei combattimenti nel Nord dell’isola contro le Tigri Tamil, chiede alla principale organizzazione internazionale che sta assistendo le centinaia di migliaia di sfollati chiusi nei campi di accoglienza di “ridurre le proprie operazioni”. Il Comitato internazionale della croce rossa (Cicr), presente nel paese con una sede permanente fin dal 1989, è stato infatti invitato a farsi da parte nonostante la situazione nei campi sfollati sia vicina al collasso. Quello più grande, il Manik Farm, ospita 250mila persone in condizioni impossibili, in cui mancano acqua, cibo, medicinali e le minime condizioni igienico sanitarie. Il flusso di civili tamil verso i campi di accoglienza allestiti dai militari è aumentato a partire dalla fine dello scorso anno, con l’intensificarsi dei combattimenti tra esercito governativo e ribelli dell’Ltte (Tigri per la liberazione del Tamil Eelam). L’annuncio con cui il presidente Mahinda Rajapakse ha dichiarato trionfante la fine della guerra ultraventennale contro le Tigri risale al maggio scorso, ma il dopo-conflitto per la popolazione civile si è rivelato da subito altrettanto drammatico. Non si spara più, certo, e le oltre 200mila persone fino a due mesi fa intrappolate nella zona dei combattimenti adesso sono al riparo dalle granate, ma dal fazzoletto di giungla in cui si trovavano sono passati a campi da che alcuni definiscono “di detenzione”. Non c’è traccia di piani di reinsediamento, solo la generica promessa che i tamil sfollati torneranno a casa loro entro la fine dell’anno. Ma il sospetto che si tratti di uno slogan propagandistico e che in realtà la presenza dei tamil nei campi diventi permanente è molto forte. Ne è convinta Human rights watch che ha apertamente denunciato il governo di detenere illegalmente quasi 300mila persone.


La decisione di Colombo sembrerebbe quindi poco sensata dato che, senza l’aiuto delle organizzazioni internazionali – oltre al Cicr anche varie agenzie delle Nazioni unite e Medici senza frontiere operano nei campi sfollati insieme ad alcune organizzazioni locali –, le strutture sanitarie locali non sarebbero in grado di fronteggiare la crisi umanitaria in corso. A meno che non la si legga come una misura per togliersi di torno testimoni esterni, il che sarebbe perfettamente in linea con l’atteggiamento assunto finora dal governo: così ha fatto, per esempio, quando l’ “operazione militare finale” contro l’Ltte ha preso ritmo e Colombo ha cacciato operatori umanitari e giornalisti dalle regioni settentrionali ed orientali dell’isola. E così continua a fare dato che non ha ancora revocato lo stato d’emergenza in tutto il paese. Davanti alla richiesta del governo il Cicr non può fare altro che obbedire. “Per il momento continueremo il nostro lavoro nei campi, ma non sappiamo fino a quando, nè sappiamo cosa accadrà nel prossimo futuro”, spiega al manifesto Simon Schorno, portavoce del Cicr raggiunto telefonicamente a Ginevra. “Ci hanno detto chiaramente che la guerra è finita, la situazione è cambiata e noi dobbiamo adattarci alla nuova realtà”, continua Schorno. “Stiamo chiudendo gli uffici nella regione orientale, il che significa che presto dovremo lasciare le nostre attività in sospeso”. “Non ci resta che provare a dialogare con il governo, – conclude – ma non credo ci permetteranno di riprendere il lavoro”.

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