Sri Lanka, guerra alla stampa

Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr +

 

 

Nove gli omicidi, rimasti impuniti, di giornlisti critici col governo di Colombo dal 2006 ad oggi. L’ultimo quello di Lasantha Wickrematunge (nella foto), fondatore del Sunday Leader.

E poi arresti, minacce pesanti, persecuzioni: la ‚guerra totale‘ contro l’Eltt ha coinciso con un giro di vite contro la libertà di stampa. Tanto che lo Sri Lanka è diventato uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti.

 

Junko Terao

Sabato 7 Marzo 2009


La mattina dell’8 gennaio, Lasantha Wickrematunge, redattore e fondatore del settimanale srilankese The Sunday leader, stava andando al lavoro in auto quando un commando di otto uomini a bordo di quattro motociclette l’ha raggiunto e ucciso a colpi di arma da fuoco per poi svanire nel nulla. Una morte annunciata, la sua, come lui stesso aveva scritto, appena pochi giorni prima, nell’editoriale trovato da un collega sul suo computer e pubblicato postumo. I suoi attacchi al governo tramite le pagine del Leader e le inchieste che in molte occasioni hanno messo in serio imbarazzo l’establishment del potere di Colombo avevano, evidentemente, superato il limite.

Con l’omicidio di Lasantha Wickrematunge, sale a nove il bilancio dei giornalisti uccisi nel paese dal 2006, quando è ripresa la guerra civile contro i ribelli tamil, ad oggi. Omicidi rimasti impuniti, così come i rapimenti e gli attacchi contro almeno 27 suoi colleghi negli ultimi due anni. Solo un paio di giorni prima, un commando aveva preso d’assalto gli studi della principale emittente televisiva indipendente del paese, Sirasa Tv, alle porte della capitale Colombo, facendo esplodere un ordigno. Una mina antiuomo, di quelle in dotazione all’esercito governativo, usate anche dalle Tigri dell’Eltt, azionata con un detonatore, secondo i testimoni e gli esperti che hanno fatto un sopralluogo dopo l’attacco. Ma il governo, che ha promesso indagini, ha escluso fin da subito che si sia trattato di una mina antiuomo, accusando invece l’emittente di aver architettato tutto per incassare i soldi dell’assicurazione.

Il 23 gennaio, l’ennesimo attacco. Con una dinamica simile a quella dell’assalto contro Wickrematunge, quattro uomini in motocicletta hanno aggredito e ferito Upali Tennakoon, redattore del settimanale indipendente Rivira, che viaggiava in auto con sua moglie. Sopravvissuta all’aggressione, la coppia ha da poco lasciato il paese per trasferirsi all’estero. E non sono i soli. Negli ultimi tempi molti giornalisti sono scappati dal paese che, secondo le associazioni per la salvaguardia della libertà di stampa, è diventato uno dei posti più pericolosi del mondo per i giornalisti. Nella classifica di Reporters sans frontieres sulla libertà di stampa, lo Sri Lanka è passato dal 115esimo posto su 169 paesi del 2005 al 165esimo su 173 monitorati nel 2008.

Il giro di vite del governo contro le voci critiche è iniziato con la dichiarazione di guerra totale alle Tigri tamil da parte del presidente Mahinda Rajapakse, e gli attacchi si sono intensificati negli ultimi mesi. Ad avere un atteggiamento apertamente ostile nei confronti della stampa è il fratello minore del presidente, il ministro della Difesa Gotabhaya Rajapaske, noto per la sua aggressività e per aver personalmente minacciato diversi giornalisti. Lui, leader della guerra in corso contro i tamil, nel 2008 ha esplicitamente fatto sapere che «i giornalisti non dovrebbero occuparsi di questioni militari e bisognerebbe prendere seri provvedimenti contro quelli che lo fanno». Insieme al leader dell’Eltt Velupillai Prabhakaran, G.Rajapaske è nella lista nera, quella dei “predatori della libertà di stampa”, di Rsf.

Il governo è deciso a mettere la parola fine alla guerra civile che dura da ventisei anni, e sta portando a termine un’offensiva contro i ribelli indipendentisti tamil senza esclusione di colpi, nemmeno per i civili che, ancora in 150mila, sono intrappolati nella zona di Vanni, nel nord dell’isola. Espulsi tutti i possibili testimoni, dagli operatori umanitari ai giornalisti indipendenti, sono pochissime le fonti attendibili di notizie dal terreno. Quel che è certo è che nel braccio di ferro tra esercito e Tigri dell’Eltt, l’unico modo per arrestare il massacro di civili e farli evacuare dalla zona di guerra sarebbe una tregua. Ipotesi esclusa dal governo di Colombo perchè “servirebbe solo a rafforzare la resistenza dei ribelli” che, da parte loro, rifiutano di consegnare le armi. La “guerra al terrore” ingaggiata da Colombo, oltre a non ammettere critiche, fornisce nuovi alibi per azioni chiaramente mirate a zittire le voci scomode.

Il 26 febbraio, l’ultimo episodio. N. Vidyakaran, redattore del quotidiano in lingua tamil Sudar Oli, viene prelevato da cinque poliziotti durante un funerale e portato via senza spiegazioni. Inizialmente si pensa all’ennesimo rapimento – secondo le Nazioni unite lo Sri Lanka detiene il record dei “desaparecidos” -, poi arriva la conferma dell’arresto da parte della Divisione per le indagini sul terrorismo (Tid). La stessa che esattamente un anno fa arrestò un altro giornlista tamil, J.S. Tissainayagam, tenedolo in prigione per cinque mesi senza alcuna accusa formale, finchè l’alta Corte di Colombo lo incriminò per “terrorismo”. Sotto accusa, nello specifico, alcuni suoi articoli pubblicati due anni prima che, secondo la Corte, “incitavano alla disarmonia comune”. Vidyakaran è sospettato di aver aiutato i ribelli dell’Eltt nei due attacchi suicidi contro la capitale messi a segno il 20 febbraio scorso. A nulla sono servite le proteste di Reporters sans frontiéres, Committee to protect journalists, Free Media movement e di altri gruppi per la difesa della libertà di stampa, anche per le modalità, del tutto illegali, dell’arresto: le autorità – ha fatto sapere il ministro delle Comunicazioni – tratterranno Vidyakaran fino al termine delle indagini.

«Lo Sri Lanka sta diventando come lo Zimbabwe o la Birmania, una sorta di dittatura monoetnica dove le minoranze e il dissenso non sono garditi». Ne è convinta Sonali Samarasinghe, giornalista e vedova di Lasantha Wickrematunge, fuggita all’estero in una località sconosciuta dopo l’assassinio di suo marito. La donna racconta in un’intervista al Guardian di come Lasantha fosse diventato particolarmente teso dopo l’ultima cena con il presidente Rajapaske lo scorso dicembre. In quell’occasione il giornalista informò il presidente di avere le prove per incastrare l’assassino di un ex-generale entrato in politica, strenuo oppositore della “guerra totale” del governo contro l’Eltt, ucciso insieme alla moglie lo scorso ottobre. Da allora le minacce da parte del governo si sono fatte più pesanti, tanto da indurre Lasantha a scrivere, consapevolmente, l’ultimo editoriale della sua vita.

 

Share.

Comments are closed.