Sri Lanka, la finta liberazione degli sfollati

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L’annunciata ‚liberazione‘ di 130mila civili tamil dai campi di detenzione si è risolta in un permesso d’uscita di 15 giorni.
Il 26 gennaio prossimo in Sri Lanka si terranno le elezioni presidenziali.
Il presidente Mahinda Rajapakse rischia di venire spodestato dal suo sfidante, l’ex comandante in capo delle forze armate: l’eroe nazionale generale Sarath Fonseka, che ha ben pensato di mettere a frutto la popolarità guadagnata con la disfatta delle Tigri tamil e la fine della guerra civile che ha insanguinato il paese per 26 anni.

Una mossa da campagna elettorale. Nella speranza di accreditarsi come ‘colomba‘ in contrasto con il ‘falco‘ Fonseka – soprattutto dopo le voci su possibili inchieste internazionali di crimini di guerra sul generalissimo – Rajapakse si è giocato una carta importante nella speranza di riguadagnare consensi sia a livello internazionale che interno. Consensi colati a picco per il presidente, sia in patria che all’estero, dopo la sanguinosa conclusione della guerra ai separatisti tamil (20mila civili uccisi nei bombardamenti governativi degli ultimi quattro mesi di conflitto) e a causa dello scandalo dei 300mila sfollati tamil imprigionati in campi di detenzione militari.
Così, nei giorni scorsi, l’amministrazione Rajapakse ha annunciato la ‘liberazione‘ dei 130mila profughi ancora rinchiusi nei campi, accordando loro il permesso di „uscire ed entrare liberamente“.

Una buona notizia solo all’apparenza. In realtà, a ben guardare, il provvedimento consiste in un semplice permesso d’uscita temporaneo e di brevissima durata. Le migliaia di sfollati che si sono affrettati a lasciare i campi si sono visti consegnare un documento in cui è scritto che devono fare ritorno al campo entro 15 giorni, pena l’arresto.
Inoltre, gran parte dei profughi non possono ritornare ai loro villaggi perché la maggior parte del territorio riconquistato dalle truppe governative è stato dichiarato ‘zona militare‘ non accessibile ai civili. E quelli che eventualmente riuscissero a tornare, troverebbero comunque i loro villaggi distrutti, le loro case in macerie, il terreno infestato di mine.
Tutto questo spiega come mai, dopo l’annuncio dell’apertura dei campi, non si sia verificato l’esodo che molti si attendevano.

Le proteste di Amnesty International. Yolanda Foster, responsabile di Amensty International per lo Sri Lanka, ha chiesto al governo „il rilascio permanente e senza condizioni dei civili illegalmente detenuti dalla fine della guerra“ e la garanzia che questi „non siano poi soggetti a ulteriori controlli o arresti in altre regioni“. Semmai, continua la Foster, „il governo deve prendersi cura degli sfollati, ovunque essi sceglieranno di andare“.
Amnesty chiede anche chiarimenti su altri campi di detenzione che pare siano stati esclusi dal provvedimento di apertura temporanea. Difatti, prima dell’annuncio della ‘liberazione‘, il numero totale degli sfollati tamil detenuti nei campi era stimato sui 150mila.
Secondo il sito Internet TamilNet, ex voce dei ribelli, le migliaia di sfollati che nei mesi passati sono stati reinsediati nei loro villaggi, sarebbero stati in realtà ammassati nelle scuole sotto la stretta sorveglianza dell’esercito, senza nessuna assistenza umanitaria e per giunta costretti a lavorare per ripulire il terreno dalle macerie.

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